Anni

Attraverso lo specchio

S’era a cocce e i ligli tarri 

girtrellavan nel pischetto, 

tutti losci i cencinarri 

suffuggiavan longe stetto.

— Sembra bella, — essa disse, quando l’ebbe finita, — ma è piuttosto difficile a capire! (Come vedete, non confessava neanche a sé stessa che non poteva comprenderla.) Però mi pare che mi riempia la testa d’idee…(Lewis Carroll, Attraverso lo specchio). E se il bambino vivesse ciò che la scuola gli trasmette come lo descrive Alice in Attraverso lo specchio? Che egli creda di comprendere o non comprendere, come può imparare senza sapere ciò che ingurgita? E il neonato a cui parliamo non riceve tutti i messaggi dell'altro in questa forma: un tutto all’inizio indecifrabile? Un tutto in cui dovrà compiere delle operazioni e dei tagli per collocarsi nel discorso.

La strofa in esergo è stata scritta da un certo Dogson nel 1855. Il testo è presentato come un presunto frammento di poesia medievale. In realtà, è stato completamente inventato. Ma ci sono sempre stati alcuni che vi hanno creduto senza capire. Perché allora il bambino dovrebbe credere a ciò che gli viene detto e usarlo per comunicare con l'altro? In nome di cosa? Servirsene per acquisire delle conoscenze? Il fatto che il bambino prenda sul serio ciò che gli viene detto e impari non è forse legato alla fede che dà alla parola dell'altro? Alla nostra parola? Accettiamo davvero il fatto che ciò che viene detto deve essere ancorato al bambino attraverso la  fiducia che egli dà a coloro che gli insegnano? Da qualche tempo però delle “conoscenze” anonime stanno prendendo il posto sul sapere verificabile e affidabile. Qual è una conoscenza affidabile e chi è per un bambino una persona di fiducia? E’ una grande questione, se pensiamo all’indigenza del neonato e al compito che attende l'adulto per introdurlo nel mondo. Una grande domanda, se pensiamo alla responsabilità dell'insegnante di fronte ai bambini tra i 3 e i 18 anni a lui affidati. Ma anche grande fonte di ansia, di vertigine, per i genitori. Di fronte a questo, sarebbe meglio avere alcuni punti di appoggio, se non certezze. Forse era più facile educare e insegnare quando l'autorità dell’adulto non era ancora stata messa in discussione. Dalla seconda metà del secolo scorso sono intervenuti sconvolgimenti sia nella vita sociale sia nelle teorie che prevalgono nel campo dell’istruzione, in aggiunta alla rivoluzione tecnologica, alle scienze cognitive e alle teorie neurologiche dell'apprendimento. Tutto questo è presentato con un certo trionfalismo, che ricorda l'euforia degli inizi del XX secolo.

Quindi, come possiamo preparare i nostri figli a fare un uso ragionato delle scoperte, delle nuove conoscenze e delle nuove tecnologie? Noi adulti lo sappiamo fare? Non ne sono sicura.

Eva-Marie Golder

Psicologa e psicoanalista a lungo docente all'Univ. di Strasburgo, vive e lavora a Parigi. Allieva di Françoise Dolto, ha scritto molti volumi in francese sulla clinica dei bambini e sul loro rapporto con i genitori.

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